Operatori: do dove si comincia?

Operatori: da dove si comincia?

La prima e più grande differenza tra Italia e Inghilterra non sta nei protocolli. Sta in come i due paesi guardano alla morte.

È una differenza culturale, storica, profonda. La tradizione cattolica e quella anglicana hanno lasciato tracce molto diverse su come la morte viene vissuta, nominata, avvicinata. E questo si riflette inevitabilmente su come viene assistita.

In Italia mancano ancora protocolli omogenei e uniformi a livello nazionale. L’assistenza nel lutto perinatale è, nella maggior parte dei casi, operatore-dipendente: cambia da ospedale a ospedale, da reparto a reparto, da persona a persona. Eppure qualcosa si muove — lentamente, ma in modo percepibile. Siamo in una trasformazione.

Per essere un operatore consapevole — capace di offrire la migliore assistenza nel peggior momento per una famiglia — credo che il punto di partenza non sia un corso, né un protocollo.

È una domanda personale: come sto io rispetto alla morte?

Capirsi profondamente dà confini netti, potenzia le capacità umane di relazione, rende l’assistenza autentica. E un’assistenza consapevole è visceralmente gratificante — per chi la riceve e per chi la offre.

Il punto di svolta, per me, è stato comprendere una cosa semplice e rivoluzionaria: la morte non si aggiusta. Non è curabile, non è revocabile. Il nostro ruolo non è risolvere, non è avere il protagonismo di chi ripara.

È non lasciare soli.

Stare accanto, senza pretendere di cambiare ciò che è già accaduto. Con il profondo desiderio di non lasciarli soli in quello che è il momento più difficile della loro vita.

Questo è il punto da cui si parte quando formiamo gli operatori.

E da cui ti invito a partire anche tu: una domanda, prima di tutto. Come stai tu, rispetto alla morte?

Operatori: da dove si comincia?

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