Ti dicono che non è colpa tua, ma tu ti senti comunque colpevole
Quando una gravidanza si interrompe o un bambino muore alla nascita, medici, familiari e amici ripetono formule che, nelle loro intenzioni, dovrebbero curare o almeno lenire la sofferenza: «Non è stata colpa tua», «La medicina dice che era inevitabile», «Sono cose che purtroppo capitano».
Eppure, talvolta quelle parole scivolano via senza sfiorare il fondo del cuore. Dentro, nel silenzio, quel “se avessi fatto…” o “se avessi capito prima…” continua a risuonare ogni singolo giorno, implacabile. Ti senti colpevole. Senti che, in qualche modo, il tuo corpo o la tua attenzione hanno fallito.
Perché la logica degli altri non basta? Perché la mente di una madre si aggrappa così disperatamente alla colpa, persino di fronte all’evidenza scientifica della sua innocenza?
L’inganno dell’onnipotenza
C’è un motivo profondo e invisibile dietro questo tormento: la colpa è un disperato rifugio della mente.
Dirsi «ho sbagliato io» risponde a un bisogno sotteso: mantenere intatta l’illusione di aver avuto un controllo sull’evento. Se c’è una colpa, significa che c’era un potere. Se comprendiamo dove abbiamo sbagliato, la nostra mente si illude di poter controllare il futuro, di poterci riuscire la prossima volta.
La verità della natura, però, è molto più difficile e spaventosa da accettare: noi non abbiamo colpa semplicemente perché non avevamo il potere. Di fronte al mistero della vita e della morte, preferiamo di gran lunga sentirci colpevoli e onnipotenti, piuttosto che innocenti e totalmente impotenti.
Accogliere la nostra profonda umanità significa smettere di pretendere di essere creatrici assolute. Significa accettare che le madri sono mezzi, navicelle attraverso cui la vita fluisce e si manifesta, spesso in una forma e in un tempo che a noi restano ignoti.

“Narrare il lutto perinatale. Un altro modo di raccontare il lutto” tenta proprio di scardinare questi meccanismi invisibili.
Questo testo ci accompagna verso una visione nuova, originale e profondamente dinamica dell’esperienza della perdita, in cui i genitori non sono spettatori passivi del dolore, ma i veri protagonisti di una profonda trasformazione.
Lontano dai cliché consolatori e dai tecnicismi medici, il libro offre una mappa preziosa per imparare a stare nel dolore senza esserne schiacciati, proponendo la figura del “funambolo”: colui che impara a camminare sul filo teso della vita, integrando la memoria dei propri figli non come un eterno fardello, ma come una parte costitutiva del proprio essere.
Un invito a trovare le proprie parole per raccontare la propria storia, esattamente come la si sente, per trasformare l’impotenza in un nuovo, personalissimo equilibrio.
Ti dicono che non è colpa tua, ma tu ti senti comunque colpevole