Ancora piangi?

Ancora piangi?

Questa domanda resta sospesa nel racconto di una mia cliente e non mi lascia in pace. Galleggia tra i miei pensieri.

Rifletto sulla velocità con cui viene chiesto di attraversare il lutto perinatale. Come se rallentare rendesse il dolore troppo visibile, come se si propagasse fuori — come un odore molesto. Quella frase mi riporta una sensazione olfattiva, fastidiosa. Precisa.

Fa il pari con un altro imperativo non detto: “Ti sbrighi?” Ti sbrighi a riordinare la tua vita, a spostarti un po’ più in là — così non si vede troppo, e se ti sposti torni “quella che eri”. Come se bastasse.

Ci vuole. Fidati.

E comunque, non si può.

Il lutto perinatale è una trasformazione in essere. Ha una direzione — anche se da dentro spesso non sembra — e quella direzione non è tornare chi eravamo. Semmai si può ripescare qualcosa: pezzettini qui e lì, cose che abbiamo fatto e amato, che sapevano rispecchiarci.

Perché con il lutto, lo specchio si frantuma. E i pezzetti finiscono tutti a terra.

E tu sei scalza.

Per chi si permette di dire “ancora piangi?”, sei — spesso inconsapevolmente — tutto questo: molesta, lenta, fastidiosa. In frantumi.

Come si risponde a una frase con un peso così grande?

Con la consapevolezza. Dal latino cum + sapere: condividere conoscenza, esperienza. Ma sapere prima ancora di significare “conoscere” significava assaporare, sentire l’odore — distinguere, discernere con i sensi. Il saggio, sapiens, era letteralmente colui che sa assaporare le cose. C’è qualcosa di preciso in questo: abbiamo parlato di un dolore che si propaga come un odore molesto, e la consapevolezza porta dentro di sé proprio quella radice — sensoriale, corporea, concreta. Non è un caso.

Il movimento verso fuori — rendere gli altri consapevoli — non è un atto di correzione. Non si tratta di dire a qualcuno che ha sbagliato e basta. Si tratta di offrire uno sguardo diverso, più lento, più vicino.

Perché anche chi pronuncia “ancora piangi?” spesso non sa cosa fare con quel dolore. Lo vede, gli pesa, e non ha strumenti. La fretta è anche paura: di non bastare, di dire la cosa sbagliata, di restare lì con quel dolore senza saperlo tenere.

Quindi se sei qui — se stai cercando le parole giuste per qualcuno che ami — già questo conta. Il solo fatto di fermarti a chiederti come si sta, invece di chiederti quando finisce, cambia tutto.

Non servono le parole perfette. Serve la direzione giusta: verso, non via.

Ancora piangi?

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