Versa, il corto Disney sul lutto perinatale
Mi suona il telefono e nella chat con una mia amica compare un link di Disney+.
“Strano…”, mi dico.
È un nuovo corto prodotto dalla Disney, leggo il titolo ad alta voce tra me e me, distrattamente: Versa.
Non mi attrae. Sto per chiuderlo, se non fosse che nella breve descrizione i miei occhi si allacciano ad una parola e improvvisamente le mie antenne sono attente, tese, incuriosite.
Clicco sul link e lo guardo una, due, tre volte. Avanti e indietro. Devo capire, devo osservare. Mi commuovo, aspetto un po’ e poi lo guardo di nuovo.
Versa nasce da un’esperienza di lutto perinatale profondamente personale del suo autore Malcon Pierce che, attraverso il disegno, la trasforma in qualcosa di universale, comprensibile e condivisibile.
Un corto che ci proietta in un’orbita spaziale, in un movimento fluido che ci fa subito pattinare insieme ai protagonisti nella sublime danza della relazione. È una coreografia di sguardi e di carezze, la sintonia perfetta di una relazione che nutre e si rigenera. Da questa armonia nasce il desiderio, in una lucina nella pancia come promessa di vita che brilla nello spazio.
Improvvisamente questa lucina trema, si spegne e in pochi fotogrammi intravediamo qualcosa di profondamente suggestivo che viene accennato con una delicatezza disarmante ma efficace.
Le immagini ci parlano metaforicamente di quel tempo, disperato e pieno d’amore, che contiene l’incontro con il bambino morto. E così ci apre alla riflessione su quel tempo, così prezioso e così raramente concesso nelle nostre esperienze ospedaliere di lutto perinatale. Quell’incontro sigilla il legame che rende i protagonisti ancora più umani, sempre più simili a noi.
La musica si interrompe, un fotogramma di fade ci fa prendere un respiro. È la fine di un intero universo di possibilità.
La narrazione prosegue muta, non ci sono parole a definire confini nel vuoto del Cosmo. Il silenzio è assordante, seguito da note più malinconiche che ci accompagnano nel dolore e nel faticoso tentativo di ritrovarsi tra i detriti di quella stella che si è spenta troppo presto.
La loro danza riprende, ma stavolta si nota una certa disarmonia. Il lutto incrina prima lei, visivamente sopraffatta dalla frammentazione della sua luce interiore, mentre il partner tenta di reagire attraverso il movimento e l’azione.
Lui cerca di prenderla, di sostenerla, quasi volesse “portarla via” fisicamente da quel vuoto siderale che la sta inghiottendo. È l’illusione di poter proteggere l’altro dal dolore spostandolo altrove.
Tuttavia, nello spazio di Versa, non c’è un “altrove” dove fuggire. Il tentativo di lui di trascinarla via crea una tensione visibile tra la sua spinta dinamica e l’inerzia pesante di lei, che la rallenta e la immobilizza. Il braccio di lui fende il vuoto cosmico, la rabbia si intuisce. Nell’inutilità spaziale di quel gesto lui capisce che non può “scacciare via” la morte o il dolore.
La loro orbita comune si spezza. Lei risponde al bisogno primario, a quel richiamo viscerale di sostare, di restare nel punto esatto della ferita. Non è un atto di resa, ma di ascolto profondo. Nel momento in cui lei smette di fuggire e accetta la propria fragilità, le sue crepe si trasformano e iniziano a brillare.
Lui pattina via, non più con la grazia di prima, in un vagare caotico e disperato. Senza punti di riferimento, perde ogni senso di gravità.
Mentre lui vaga disperso, lei compie il gesto decisivo. Lo raggiunge, lo riporta “a terra” e lo invita a “sostare”, alla resa dolce che li vedrà di nuovo insieme, tra le macerie del lutto perinatale.
È qui che l’orbita si ricompone. Portandolo lì, lei gli permette di vedere che le proprie crepe non sono la fine, ma l’inizio di una nuova forma. Lui smette di lottare e accetta di “incrinarsi” a sua volta, permettendo all’oro della consapevolezza di fluire anche nelle sue ferite.
Solo allora la danza può ricominciare, ma non è più la danza spensierata dell’inizio; è una danza nuova, più lenta e consapevole, dove il legame è dato dalla perfezione dell’asimmetria e dalla bellezza delle ferite condivise.
L’autore non ci dice che il dolore scompare, piuttosto ci mostra che le cicatrici diventano parte dell’identità.
Il messaggio è potente: il dolore per la perdita di un figlio cambia per sempre la nostra forma. Eppure, proprio attraverso quelle cicatrici dorate, possiamo tornare a danzare, portando con noi la luce di chi non c’è più come parte preziosa e indelebile del nostro essere.
Versa, il corto Disney sul lutto perinatale