Il lutto perinatale è un percorso

Il lutto perinatale è un percorso
 
Sono passati dieci anni da quando due delle mie figlie sono morte durante la gravidanza, una dopo l’altra, non erano gemelle. Per un po’ ho sentito sgomento, rabbia, dolore, colpa, apatia, mancanza di senso. Nel tempo ho capito che si tratta di un percorso. Moltissime persone in lutto raccontano tappe simili, in un’altalena di emozioni che porta in basso, poi sembra meglio, fino a sentirsi fuori dal tunnel, poi di nuovo giù… e così via.
Il senso di colpa, per esempio, ho scoperto avere un retaggio culturale profondo: da migliaia di anni noi donne siamo ritenute colpevoli della morte dei nostri figli in grembo, anche se non è dipeso da noi. Se ad un certo punto il battito non c’è più, non dipende da noi. Noi siamo incubatrici. Li amiamo. Ci prendiamo cura di loro al nostro meglio. Il resto è prerogativa del ‘divino’, e noi siamo umane, non divine. In una cultura patriarcale, in cui la donna ha sempre fatto paura, perché non si capisce bene che le passi per la testa, né come faccia a far uscire da lei dei cuccioli d’uomo, addomesticarne il potere generatore (creatore!) con il senso di colpa è stato un colpaccio da maestri 😉

Mi è servito spostare il punto di vista: sempre, qualunque cosa mi addolori, cerco di capire quale sia la leva sottostante e poi provo a spostare il punto di osservazione.

Il dolore non è per sempre. Non lo è, se mi concedo di guardarlo in un altro modo. Per esempio come segnale. Cosa mi dice? Mi dice che mi sento impotente, sola, vuota, incredula, stranita…
Impotente, perché? Avrei potuto ‘avere potere’? Potrei andare avanti a lungo con le domande e risposte, ma alla fine giungerei all’inevitabile: no, non ho il potere di far vivere i miei figli. Qui dentro c’è la mia finitudine, l’elemento fondamentale del mio essere umana, di cui non ci si occupa mai, né in termini di significato, né in termini di ripercussioni nel vivere. Tendiamo all’immortalità, la scienza ci illude che ci siamo persino vicini… invece. Eppure sta nella nostra mortalità il nocciolo del nostro valore: siamo unici e finiti, per questo ognuno di noi ha un valore inestimabile.
Sono andata avanti esplorando altre parti come il valore del tempo, che significato ha la solitudine per me, che forma ha il vuoto (fa paura? o cosa?), da dove viene l’incredulità rispetto ad un evento che capita dalla notte dei tempi (perché non ce lo dicono? perché ci avvisano del rischio di tumori, ma non della possibile morte dei nostri figli?).
Il lutto è stato un viaggio dentro di me, giù nel profondo, dove sta il senso della vita e di me stessa il questo pezzo di realtà.
Mi sono scoperta diversa, addirittura – per certi versi – un’altra persona.
Questo viaggio ha chiesto coraggio e creatività. Il coraggio: il moto del cuore, ossia l’ascolto del mio profondo e il muovermi secondo il mio sentire, senza badare alle sovrastrutture.
Questo è un viaggio nel quale ognuno sceglie la propria meta: dipende da cosa vuole fare di questa esperienza. Può scegliere di essere schiacciato o di cogliere l’occasione per aprire le ali.

Classificazione: 5 su 5.
Le cose capitano, sta a noi decidere se sia destino, dio, sfortuna o qualcos’altro e in quale modo. Siamo noi e solo noi a raccontare a noi stessi la nostra storia. Lasciate le porte aperte a qualunque racconto, potrebbe stupirvi. Vi abbraccio forte.

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