Cara Mamma mi chiamo Matrescenza

Cara Mamma mi chiamo Matrescenza


Cara mamma,
mi chiamo Matrescenza. Forse non mi hai mai sentita nominare, e questo è già parte del problema.

Sono il passaggio in cui una donna diventa madre. Mi ha dato un nome negli anni Settanta un’antropologa, Dana Raphael. Più di recente una psicologa, Aurélie Athan, mi ha ripresa e mi ha paragonata all’adolescenza: come lei, riguardo il corpo, i pensieri, le relazioni, il modo di stare al mondo.

Non ho una durata fissa. Comincio con la gravidanza e non finisco con il parto.

Ti scrivo perché il tuo bambino non c’è più, e forse ti stai chiedendo se me ne sia andata con lui.
Non me ne sono andata.

Tutto ciò che la gravidanza ha messo in movimento è ancora in te. Il corpo, che per mesi si è preparato: gli ormoni, il peso, i movimenti, il ritmo del sonno, la pancia. Le emozioni, diventate più profonde e più vicine alla pelle. Il modo di pensare e di concentrarti, che in gravidanza cambia e non torna indietro da un giorno all’altro.

E poi tutto quello che immaginavi: il nome, la casa, i mesi che sarebbero venuti, la persona che stavi diventando accanto a lui o a lei. Il lutto non azzera niente di questo. Non c’è un interruttore che riporta tutto com’era prima.

Restiamo, io e ciò che hai vissuto, e ci intrecciamo.

Il corpo attraversa comunque il postpartum: il latte che sale, le contrazioni dell’utero, i sanguinamenti, la stanchezza, gli sbalzi ormonali.

Non sempre andiamo alla stessa velocità: può succedere che il corpo sia già nel postpartum mentre la testa è ancora in gravidanza, o che il cuore sia altrove. Per questo può capitare di non riconoscerti, di non capire da dove viene ciò che senti. È normale: siamo tre processi che si sovrappongono nella stessa persona.

Di solito, quando arrivo, intorno ci sono visite, auguri, parole. Con te è diverso: ce ne sono molte meno, a volte nessuna.

Così spesso ti ritrovi a portare tutto da sola, e a dover spiegare a chi ti sta accanto una cosa che dovrebbe essere ovvia: che un corpo che ha partorito e una mente che ha aspettato non si fermano perché il bambino non c’è.

Ci sono persone che sanno riconoscermi anche adesso.

Le ostetriche che accompagnano il lutto perinatale non cercano di “sistemare” il tuo dolore: quello è tuo, e ha i suoi tempi. Stanno accanto al tuo corpo e a ciò che ti succede, ti aiutano a capire cosa sta facendo e perché, a dare un nome a ciò che senti, a custodire il legame con tuo figlio.

Ti chiamano mamma perché lo sei diventata.

Quello che senti ha un nome, e ha un posto. Sei madre, e io sono con te. Non c’è fretta di capirmi. Puoi attraversare tutto questo con i tuoi tempi, e puoi farlo con qualcuno accanto.

Tua,
La Matrescenza

Cara Mamma mi chiamo Matrescenza

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