La vertigine del vuoto nel lutto perinatale

La vertigine del vuoto nel lutto perinatale

La perdita di un figlio nell’epoca perinatale fa crollare il mondo in un istante. Chi attraversa questo dolore si trova improvvisamente a fare i conti con una sensazione devastante e totalizzante: la vertigine del vuoto.

È il vuoto di una culla rimasta disabitata, il vuoto di un futuro che non si è materializzato, il vuoto di braccia che stringono solo l’aria. Davanti alla morte, questa vertigine toglie il respiro.

Ma se provassimo a guardare questo vuoto da una prospettiva diversa? Se scoprissimo che quel vuoto, in realtà, non esiste?

L’abitudine di chiamare “nulla” ciò che non comprendiamo

Ogni volta che noi esseri umani non riusciamo a interpretare qualcosa, o non abbiamo gli strumenti per decodificarla, tendiamo a definirla “vuoto”, “inutile” o “inesistente”. La scienza, nel corso della sua storia, ha commesso questo errore più volte, per poi dover tornare sui suoi passi.

Pensiamo all’atomo. Se lo guardiamo con gli occhi della fisica classica, l’atomo è composto da neutroni, protoni ed elettroni che si muovono in uno spazio vuoto per oltre il 99,9999999% del suo volume. Eppure, la fisica quantistica ha dimostrato che quel vuoto apparente è in realtà saturo di campi di forza e di energia latente. È proprio la tensione invisibile in quel “vuoto” a dare stabilità e consistenza alla materia. Senza lo spazio tra le particelle, il mondo solido non potrebbe esistere.

Qualcosa di molto simile è accaduto in biologia con il DNA. Per decenni, gli scienziati hanno battezzato il 97% del nostro codice genetico come “DNA spazzatura” (Junk DNA), solo perché non serviva a produrre proteine. Sembrava un deserto genetico privo di scopo. Oggi sappiamo che non è così: quel 97% è in realtà il centro di controllo del genoma, un immenso pannello di interruttori che decide come e quando attivare il resto del corpo. Abbiamo chiamato “spazzatura” la parte più complessa e regolatoria solo perché non sapevamo ancora interpretarla.

Ciò che chiamiamo vuoto o spazzatura è semplicemente qualcosa che non conosciamo ancora, ma che in realtà è denso di senso e significato.

La vertigine come divergenza di copione

Nel lutto accade la stessa cosa. La sofferenza profonda che chiamiamo “vuoto” è la divergenza tra il copione che avevamo scritto e la realtà che si è materializzata.

Dal momento in cui una vita viene concepita — a volte anche prima — i genitori iniziano a scrivere una storia. È un copione fatto di tappe, di aspettative, di primi passi e di parole. Quando la morte perinatale irrompe, quel 97% di futuro programmato si interrompe bruscamente.

La vertigine che sperimentiamo non è il nulla. È lo scarto doloroso tra la storia che non si è potuta realizzare e la nostra naturale, umana resistenza a interpretarne una diversa. Resistere a un copione non scelto è un atto di fedeltà verso il bambino che non c’è più, ma è anche ciò che ci tiene bloccati sull’orlo del baratro. Cambiare storia fa paura, perché sembra quasi un tradimento, invece, è il modo più costruttivo per onorare quella memoria.

Abitare lo spazio della possibilità

Se il vuoto non esiste, allora quell’abisso che avvertiamo dopo la perdita è in realtà la matrice e lo spazio in cui l’”altro” può manifestarsi. Un “altro” che è inevitabilmente diverso da come lo avevamo programmato, immaginato e desiderato, ma che porta con sé una sua densità, una sua forza regolatoria, proprio come i fili invisibili dell’atomo e del DNA.

Nel tempo, in questo spazio intermedio, possono iniziare a prendere forma significati nuovi:

  • Una nuova forma di genitorialità, che non si esprime nel nutrire o nel cullare, ma nel custodire, ricordare e integrare quella breve vita nella propria storia.
  • Risorse interiori inaspettate, come la scoperta di una riconfigurazione profonda di sé, dove il dolore coesiste con la vita che continua.
  • Un nuovo modo di legarsi agli altri: una sensibilità rinnovata e autentica verso la vulnerabilità.

Il passaggio dal vecchio copione interrotto a quello nuovo non va forzato; richiede ascolto, rispetto per i propri tempi e accoglienza.

Il lutto non crea un vuoto nella nostra vita. Crea lo spazio della nostra nuova vita.

Proprio come lo spazio dell’atomo non è un’assenza ma il luogo in cui può manifestarsi, così il silenzio e la sospensione che si sperimentano dopo la perdita non sono un “niente”. Sono lo spazio in cui la nostra esistenza, seppur dolorosamente riconfigurata, continua a essere tenuta insieme da legami invisibili — la memoria, l’amore intatto, il legame con chi è morto.

L’Associazione AILPe è un luogo di sosta e di supporto in questa vertigine. Non siamo qui per riempire quel vuoto, ma per aiutarti a stare in quello spazio finché non sarai pronta/o a tradurlo, scoprendo che dietro il silenzio c’è ancora una storia d’amore che aspetta di essere scritta.

La vertigine del vuoto nel lutto perinatale


Trovare parole adatte alla nuova versione della propria storia, non è facile.

A volte le parole altrui aiutano…

Possono risuonare come quelle che non trovavi, oppure possono stridere, facendoti riconoscere quelle che ti appartengono.

Di lutto perinatale siamo abituati a sentir parlare sempre nello stesso modo: un ergastolo di dolore intorno a cui espandere la propria vita…

Non è così. Non per tutti. Non sempre.

Soprattutto per chi non si ritrova in questa versione della storia.

Esistono alternative e qui ti racconto la mia.

Commenta