La rabbia verso il mondo che non si ferma
Quando si subisce la perdita di un figlio durante la gravidanza o subito dopo la nascita, accade un fenomeno paradossale: il tuo tempo si ferma bruscamente, si cristallizza in un istante di dolore assoluto, mentre fuori dalla finestra il mondo continua a scorrere con un’indifferenza che toglie il fiato.
Le macchine sfrecciano, i vicini ridono, i negozi espongono nuove collezioni. Questa discrepanza tra il tuo “fermo immagine” interiore e il movimento frenetico esterno genera una scossa sorda, che spesso esplode in una forma di rabbia profonda e viscerale.
Perché proviamo rabbia?
La rabbia nel lutto perinatale è spesso un tabù nel tabù. Ci si aspetta che una madre o un padre siano solo “tristi”, ma la rabbia è una componente essenziale del processo di elaborazione.
È una reazione alla percezione di ingiustizia
Spesso diciamo che la morte di un bambino “contravviene all’ordine naturale delle cose”. In realtà, questa è una percezione distorta dalla nostra epoca e dai progressi della medicina. La natura, nel suo ciclo biologico, non garantisce la sopravvivenza in base all’ordine cronologico di nascita; la morte perinatale è sempre esistita come parte della fragilità della vita. È nostra convinzione che esista un “contratto” con la natura che preveda che i figli debbano necessariamente sopravvivere ai genitori. Quando questo schema statistico si rompe, la nostra rabbia esplode contro un’ingiustizia che è, in gran parte, legata alle nostre aspettative tradite. Riconoscere che la perdita fa parte delle possibilità biologiche, per quanto doloroso, può aiutare a smettere di cercare una “colpa” nell’universo e a concentrarsi sull’accoglienza di un evento che è, purtroppo, profondamente umano e naturale.
È una difesa dal dolore
La tristezza pura è un oceano in cui si rischia di annegare. La rabbia, con la sua energia calda e reattiva, funge da scudo. Ci permette di non soccombere immediatamente al vuoto, dandoci una parvenza di controllo e di forza per restare in piedi.
È protezione dall’esterno
Serve a tenere lontane le persone che non capiscono o le situazioni (come le domande inopportune) che potrebbero ferirci ulteriormente.
Come accogliere la rabbia senza diventarne schiavi
Accogliere la rabbia non significa “sfogarla” sugli altri, ma riconoscerne la funzione. Ecco come gestirla:
- Dalle un nome: ammettere a voce alta: “Sono arrabbiata/o con il mondo” toglie potere al mostro. Non sei “cattiva/o”, sei una persona ferita.
- Trova canali sicuri: scrivi lettere che non spedirai, cammina velocemente, usa l’arte o il movimento fisico. La rabbia ha bisogno di uscire dal corpo.
- Osserva l’invidia: spesso la rabbia si traveste da risentimento verso chi è felice o verso altre gravidanze. Potresti riconoscere questo sentimento come parte del processo del lutto, senza colpevolizzarti.
Quando la rabbia diventa un segnale d’allarme
Sebbene sia una fase sana, esiste un confine sottile. È opportuno fermarsi a riflettere se:
- La rabbia è l’unica emozione che riesci a provare per settimane intere.
- Inizia a compromettere gravemente i rapporti con il partner o con chi cerca sinceramente di aiutarti.
- Si trasforma in un desiderio di autodistruzione o in un’ostilità cronica che ti impedisce di dormire o mangiare.
In questi casi, chiedere aiuto non è un segno di debolezza, ma un atto di estremo amore verso te stessa/o. AILPe è al tuo fianco in questi momenti di fatica.
Conclusione
Il mondo continua a girare, è vero, e questo fa male, ma non devi correre alla sua velocità. Puoi stare ferma/o, essere furiosa/o, prendendoti il tuo tempo. La rabbia è il testimone della grandezza del tuo amore e della profondità della tua perdita. Trattala con rispetto, ma non lasciarle il timone della tua vita per sempre.
La rabbia verso il mondo che non si ferma