Il senso di colpa nel lutto perinatale

Il senso di colpa nel lutto perinatale.

Nel Medioevo, le donne che morivano di parto insieme ai loro bambini, erano considerate colpevoli di aver interrotto la vita del figlio. Ritenute anime malefiche, venivano trafitte con un palo acuminato insieme ai piccoli, perché non uscissero dalle tombe e non andassero a tormentare i vivi. [1]

Nel XV secolo Michele Savonarola, scrive in merito ai parti gemellari, spesso causa di deformità e di morte dei bambini, attribuendone la responsabilità alla donna: nel mondo animale le femmine, una volta ingravidate, non cercano più rapporti sessuali, al contrario delle donne che resterebbero così gravide di più figli, causando loro deformità e/o morte. Savonarola suggerisce al marito di non trattare né nutrire troppo bene la moglie incinta, così che non le venga lo strano desiderio di copulare. [2]

In quel periodo (e non solo in quello…) il valore della donna dipende da quanti figli riesce a mettere al mondo. Nelle campagne c’è la credenza che la donna nasca con un numero predestinato di figli, quindi un aborto o un figlio morto sono visti come una colpa gravissima. [3]

Noi veniamo da lì.

Veniamo da una cultura che ha temuto il mistero celato nel ventre della donna. La donna, depositaria della capacità di generare la vita: un mistero che doveva essere ricondotto a qualcosa di misurabile e controllabile, perché quell’essere “magico” non sfuggisse, acquisendo troppo potere. Ecco che la donna è ridotta ad un contenitore da riempire quante volte è deciso dall’uomo (o dalla società) che la possiede. Ecco che la donna non è più ‘utile’, se non realizza ciò che l’uomo e la società hanno deciso essere il suo scopo.
È talmente antica questa credenza, che l’abbiamo fatta nostra perfino noi: le donne, trattate come un contenitore da riempire e ‘valide’ solo se capaci di portare a frutto il compito assegnato dalla ‘natura’.

La vita si deposita nel nostro utero, ma non dipende solo da noi se quella vita giungerà sana al di fuori di esso.

In natura esistono l’imprevisto, la malattia, la morte…

Sono molti fattori che contribuiscono alla morte di un bimbo in grembo, fattori molto spesso sconosciuti, pertanto non necessariamente dipendenti dalla donna.
Per me si è trattato di compiere un vero e proprio esercizio di riconoscimento delle origini di una narrazione che ci frega fin dalla nascita, in quanto femmine.
Finché sono giunta anche ad un’altra presa di coscienza: ritenere mia la colpa della morte di mio figlio, è come sostenere che sia mio il potere di vita e di morte su di lui.
Sentirmi colpevole della sua morte si è trasformato in una sorta di delirio di onnipotenza.
Mai come di fronte alla morte di mio figlio mi sono sentita tanto umana. Umana, cioè fallibile, finita, impotente.
Ecco che la colpa si è tramutata in altro: dispiacere, dolore, smarrimento… consapevolezza della mia mancanza di controllo.
Il nocciolo del mio percorso nel lutto perinatale si può sintetizzare proprio nell’accettare di non avere il controllo su pressoché nulla.
Non posso controllare altro che il mio pormi di fronte ai fatti che accadono al di là del mio volere e del mio potere.
Da questo punto in poi, il cammino si è fatto spinoso. Spinoso, ma senza colpa.

[1] – [3] “Attraverso il lutto perinatale”, E. Zerbini – pag. 177 – 178 (tratto da “La nera signora. Antropologia della morte e il lutto”, A.M. Di Nola);
[2] “Nascere. Il parto dalla tarda antichità all’età moderna”, A. Foscati, C. Gilson Dopfel, A. Parmeggiani – pag. 90 – 91.

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