30 luoghi comuni sul lutto perinatale

30 luoghi comuni sul lutto perinatale

Ottobre è il mese dedicato alla consapevolezza sul lutto perinatale. Come anticipato in questo articolo, quest’anno abbiamo scelto di osservare le parole e le frasi che spesso accompagnano questa esperienza, in un esercizio di discernimento.

Senza l’intenzione di giudicare chi le pronuncia, ci siamo interrogati sul loro significato, cercando di delineare quale cultura del lutto perinatale si stia diffondendo.

Non è più esattamente vero che il lutto perinatale sia un argomento rimosso: basta entrare sui social per incontrare testimonianze dirette e professionisti che ne parlano. Oggi che di lutto perinatale si parla, noi di AILPe ci siamo chiesti come se ne parla.

Una frase al giorno per 30 giorni, ottobre è trascorso fra luoghi comuni trasformati in occasione di riflessione, orientata a sensibilizzare e diffondere cultura sul lutto perinatale.

Non hai perso solo un figlio, è svanito tutto il futuro che avevi immaginato.

Cosa nasconde questa frase?

Ogni morte porta con sé la perdita del futuro immaginato, ma lo si rimarca solo in caso di morte perinatale, concentrando l’attenzione proprio sul venir meno del futuro, sminuendo così la concretezza biologica ed emotiva della perdita di quel figlio.

La realtà dei fatti

L’immaginazione e l’attesa sono vita reale vissuta nel corpo e nei giorni. Non abbiamo perso una fantasia, ma un figlio vero ed esperito, presente nei gesti e nelle trasformazioni quotidiane.

Come possiamo dirlo?

Non hai perso una fantasia, è morto tuo figlio.


Prenditi cura del tuo dolore.

Cosa nasconde questa frase?

Questa frase sposta il focus dalla persona al dolore stesso, come se fosse un oggetto o un paziente a parte da trattare. Così facendo, rischia di far sentire chi soffre come “il contenitore” di qualcosa che va gestito dall’esterno, invece che come protagonista del proprio processo. Toglie inoltre la persona dal centro della cura: non è il dolore ad aver bisogno di attenzioni, è chi lo vive.

La realtà dei fatti

Il dolore è solo un segnale del nostro corpo e della nostra mente che dice che tutto è crollato. Non si cura il dolore: ci si prende cura della persona sofferente, dandole il tempo e lo spazio necessario per riorganizzarsi.

Come possiamo dirlo?

Tu meriti cura, tempo e spazio: non è il dolore a dover essere curato.


Il dolore perinatale è un amore che non sa dove andare.

Cosa nasconde questa frase?

Questa frase suggerisce che manchi un destinatario preciso, come se il legame fosse rimasto sospeso, indefinito, quasi astratto.

La realtà dei fatti

L’amore sapeva benissimo dove andare: era rivolto a quel figlio, quella figlia. Ciò che viviamo è la rottura violenta di un legame già esistente, e questo richiede riconoscimento sociale, non frasi dolci.

Come possiamo dirlo?

L’amore per tuo figlio o figlia è dove sei tu.


Madri speciali per angeli speciali.

Cosa nasconde questa frase?

La frase suona come un complimento, ma si rivela una gabbia. Chiamare la madre “speciale” e il bambino “angelo” sposta entrambi fuori dalla realtà umana, in una dimensione idealizzata dove non c’è spazio per la rabbia, il crollo, l’ambivalenza e tutte le emozioni del lutto.

La realtà dei fatti

La madre, ma anche il padre e l’intera famiglia, resta sola con bisogni concreti che non trovano spazio per essere espressi. Il lutto è un percorso che richiede attenzione, tempo e riconoscimento.

Come possiamo dirlo?

Non sei speciale, sei umana/o e hai bisogno di essere riconosciuta/o nel tuo lutto.


Arriverà il tuo arcobaleno.

Cosa nasconde questa frase?

Assegna al nuovo bambino il compito pesante di riscattare la sofferenza passata e riparare la ferita della famiglia.

La realtà dei fatti

Ogni figlio ha la propria identità. Chi arriva dopo non è un risarcimento né un cerotto emotivo: è una persona a sé, libera dal peso di dover portare il “sereno dopo la tempesta”.

Come possiamo dirlo?

Tuo figlio è qui per essere semplicemente sé stesso.


Devi superare il dolore per tornare a vivere.

Cosa nasconde questa frase?

Considera la sofferenza come un ostacolo da scavalcare in una gara di efficienza, dopo la quale tutto deve tornare come prima. Questo linguaggio trasforma il dolore in un problema di prestazione personale invece che in un processo di adattamento a una perdita reale.

La realtà dei fatti

Il lutto non è una corsa a ostacoli. Non si supera: si attraversa. Il dolore dice che il vecchio equilibrio non c’è più, e che serve tempo per costruirne uno nuovo.

Come possiamo dirlo?

È lasciandoti vivere questo dolore che potrai trasformarti nella persona capace di stare in equilibrio lì dove ti trovi.


Ricordare sempre è l’unica vera prova del tuo amore.

Cosa nasconde questa frase?

Questa frase fa sentire in colpa chi desidera staccare la mente, imponendo una liturgia pubblica e continua della perdita per dimostrare di essere bravi genitori.

La realtà dei fatti

I nostri figli fanno parte della nostra identità, a prescindere da quanto ne parliamo. Anche il silenzio, il riposo, la voglia di pensare ad altro sono forme legittime di cura di sé.

Come possiamo dirlo?

Il tuo amore non ha bisogno di essere sempre a parole: vive anche nel silenzio.


Togli tutto così non ci pensi.

Cosa nasconde questa frase?

La convinzione che siano gli oggetti a produrre il dolore e che eliminarli faccia scomparire ciò che significano. Spesso questa urgenza serve soprattutto a ridurre il disagio di chi osserva (e pronuncia la frase).

La realtà dei fatti

Vestiti, ecografie, peluche, mobili e pacchi contengono gesti di cura e occupano un posto già preparato nella vita quotidiana. Rimuoverli in fretta potrebbe rappresentare una seconda perdita.

Come possiamo dirlo?

Scegli liberamente quando e come tenere o lasciar andare.


Devi superare le 5 fasi del lutto per arrivare ad accettare la perdita.

Cosa nasconde questa frase?

Questa frase trasforma il lutto in un percorso a tappe, lasciando intendere che “elaborare” sia un esame da superare con successo. La parola “accettare” suggerisce rassegnazione e sottomissione a ciò che è accaduto, piuttosto che una riorganizzazione attiva.

La realtà dei fatti

Il modello di Elisabeth Kübler-Ross, integrato poi con la 6ª fase di ricerca del significato, è solo una delle tante teorie sul lutto. Le fasi sono mappe orientative, non fasi rigide e obbligate: ognuno attraversa la perdita a modo proprio. Non c’è alcun dovere di “accettare”, c’è il cammino lento e personale di adattarsi alla nuova realtà.

Come possiamo dirlo?

Il lutto è un cammino unico in cui concedersi il tempo di riorganizzarsi e trovare il proprio modo di abitare la nuova realtà.


Il mio corpo mi ha tradita: non è stato capace di proteggerlo.

Cosa nasconde questa frase?

Questa frase cerca un colpevole materiale a ogni costo, rompendo l’alleanza tra la persona e la propria biologia, alimentando il senso di fallimento.

La realtà dei fatti

Il corpo non è un nemico: è la prima vittima dell’evento. Ha vissuto lo shock ormonale e fisico della perdita. Ha bisogno di accoglienza e cura, non di essere processato.

Come possiamo dirlo?

Il tuo corpo merita accoglienza e cura, non un processo.


Non pensarci troppo, sei giovane: ne farai subito un altro.

Cosa nasconde questa frase?

Questa frase tratta i figli come oggetti sostituibili e misura il valore della perdita solo in base alle settimane di gestazione.

La realtà dei fatti

Le persone non si rimpiazzano. Il valore di una vita e l’impatto della sua fine, dipendono dal legame costruito, non dal tempo trascorso sul calendario.

Come possiamo dirlo?

Nessun figlio è sostituibile.


Il lutto non si supera, ci si rassegna a conviverci.

Cosa nasconde questa frase?

Questa frase trasmette un fatalismo paralizzante, convincendo chi soffre che non esista alcuna possibilità di trasformazione o benessere futuro.

La realtà dei fatti

La vita non scorre da sola nell’inerzia: la nostra postura fa la differenza. Il dolore ci avvisa di una rottura; ascoltarlo ci permette di scegliere attivamente la direzione da dare al nostro domani.

Come possiamo dirlo?

Il lutto non è un ostacolo da superare, ma un viaggio da compiere. Mentre tu cambi viaggiando, il dolore cambia con te.


Solo chi ci è passato può capire.

Cosa nasconde questa frase?

Con questa frase spesso si giustifica chi sparisce. Chi fugge non lo fa perché «non può capire», ma perché non sa reggere il peso di sostare nel dolore dell’altro. Inoltre questa frase traccia un confine netto tra “noi” e il mondo, alimentando l’idea che fuori non esista accoglienza possibile.

La realtà dei fatti

Capire non significa aver vissuto la stessa identica perdita, ma saper stare nel dolore senza fuggire. La realtà è più complessa: può capitare di incontrare chi ci sia passato senza capire, oppure chi non ci sia passato eppure sappia starci accanto.

Come possiamo dirlo?

Capire significa saper restare nel dolore dell’altro, senza scappare e senza pretendere che assomigli al nostro.


Vedovo, Orfano, Àtefano: ad ogni lutto il suo nome.

Cosa nasconde questa frase?

Come chiamare chi perde un nonno? E chi resta senza il suo amico? Suo fratello, il cognato, lo zio, il nipote, eccetera? Il neologismo “Àtefano” ci pone nell’illusione che inventare una parola esclusiva restituisca valore all’esperienza o cancelli il senso di solitudine.

La realtà dei fatti

I termini Vedovo e Orfano nascono per l’anagrafe, non per misurare l’amore perduto. Eppure abbiamo finito per credere che un nome dia più dignità alla perdita. Nella privazione siamo tutti luttuanti o dolenti: una comunità silenziosa che cerca di rimettere insieme i pezzi.

Come possiamo dirlo?

Ci sono già parole per definirti: sei luttuante o dolente, come chiunque abbia perso una persona amata.


I padri soffrono di meno perché non lo hanno portato dentro.

Cosa nasconde questa frase?

Non aver portato un figlio in grembo non significa non averlo atteso, desiderato o incontrato. Il lutto maschile spesso parla linguaggi diversi — azione pratica, ipercontrollo, chiusura o silenzio — ma una modalità differente di espressione non equivale a un’intensità minore di dolore.

La realtà dei fatti

Il dolore non ha genere. I padri non sono spettatori né pilastri di pietra: sono genitori a tutti gli effetti, che hanno perso un figlio e hanno lo stesso bisogno di essere sostenuti.

Come possiamo dirlo?

Caro papà, sei un luttuante anche tu: abbiamo cura di te.


Il tempo guarisce tutte le ferite.

Cosa nasconde questa frase?

Questa frase scarica sull’orologio una responsabilità che appartiene alle persone. Il tempo, da solo, scorre e basta. Non sarà l’attesa passiva a risolvere il trauma.

La realtà dei fatti

Il tempo da solo lascia le ferite infette. Non guarisce il passare dei giorni, ma ciò che facciamo e riceviamo in quel tempo: cura, ascolto, vicinanza, rispetto dei ritmi personali.

Come possiamo dirlo?

Non è il tempo a guarire, è ciò che ricevi in quel tempo: cura, ascolto, vicinanza.


Perdere un figlio è in assoluto il dolore più grande di tutti.

Cosa nasconde questa frase?

Questa frase crea una gerarchia della sofferenza, alimentando la gara a chi sta peggio e allontanando la comprensione reciproca.

La realtà dei fatti

Ogni lutto è totale per chi lo sta attraversando. Fare classifiche non consola nessuno: serve solo al bisogno di esclusività, e toglie valore al dolore degli altri.

Come possiamo dirlo?

Ogni lutto è il più grande per chi lo sta attraversando.


Il lutto perinatale riguarda l’aborto spontaneo, la morte fetale, al parto e nei primi giorni dalla nascita.

Cosa nasconde questa frase?

Questa frase restringe il campo del lutto perinatale alle sole casistiche mediche più note, rendendo invisibili moltissime altre esperienze di perdita.

La realtà dei fatti

Il lutto perinatale può riguardare anche l’interruzione volontaria o terapeutica, la PMA fallita, la diagnosi infausta, la TIN, l’adozione interrotta, la revoca dell’affido.

Come possiamo dirlo?

È lutto perinatale ovunque si spezzi un progetto familiare senza che il mondo lo riconosca.


Fai una bella dormita nel tuo letto e vedrai che starai meglio.

Cosa nasconde questa frase?

Usare di nuovo uno spazio nello stesso modo non dimostra che il lutto sta procedendo bene. La camera da letto non è uno spazio neutro, anzi è intimo e carico di memoria corporea.

La realtà dei fatti

Il letto può richiamare il concepimento, l’attesa, la gravidanza, un momento di malessere o bisogno di protezione. Non voler entrare in camera da letto può essere un bisogno.

Come possiamo dirlo?

Il letto in cui dormi ti ricorda che anche il riposo ha bisogno di trovare una nuova sicurezza.


Sii forte per l’altro bambino che hai a casa.

Cosa nasconde questa frase?

Questa frase usa i fratelli come anestetico per silenziare il cordoglio, caricando il genitore di sensi di colpa per la propria tristezza.

La realtà dei fatti

La presenza di altri figli non cancella la realtà di chi manca. Per i bambini è importante vedere genitori autentici che sanno nominare la sofferenza, non maschere di finta invulnerabilità.

Come possiamo dirlo?

Non temere di passare a tuo figlio l’esempio di come si fa ad attraversare il lutto.


Non ti arrendere!

Cosa nasconde questa frase?

Questa frase trasforma la ricerca di un figlio in una guerra da vincere a ogni costo, lasciando intendere che chi si ferma sia un codardo o un fallito. Carica sulle spalle della coppia l’intera riuscita del progetto, ignorando che la biologia e il caso non rispondono alla pura forza di volontà. Finge che le risorse interiori, corporee ed economiche siano infinite, negando il costo reale di ogni singolo tentativo.

La realtà dei fatti

Ogni tentativo richiede un tributo altissimo di energie mentali e fisiche. Lungo la strada cambiamo: le ferite lasciano il segno e le priorità possono mutare legittimamente. Il senso di una vita non si esaurisce nell’avere un bambino in braccio, e si può essere genitori in molti modi diversi, anche scegliendo di non accanirsi.

Come possiamo dirlo?

La genitorialità non è una prova di resistenza. Fermarsi è una scelta, non un fallimento.


La sofferenza vi unirà ancora di più come coppia.

Cosa nasconde questa frase?

Questa frase trasforma una prova durissima in una fiaba romantica, ignorando che il dolore spesso disallinea i partner e crea distanze.

La realtà dei fatti

Il lutto non unisce né divide per magia: mette a nudo. Ognuno vive la perdita con tempi e modi diversi; aspettarsi la stessa reazione rischia solo di allontanare.

Come possiamo dirlo?

Il lutto svela come ognuno di noi vive la perdita: con modi e tempi unici.


Ricevere visite ti farà stare meglio: non chiuderti in casa.

Cosa nasconde questa frase?

L’idea che aprire la porta e far entrare parenti e amici in casa sia sempre salutare e che proteggere la propria intimità significhi isolarsi o rifiutare l’aiuto.

La realtà dei fatti

Dopo un lutto perinatale, ogni visita modifica l’atmosfera domestica: frasi inopportune, silenzi, domande o osservazioni possono trasformare la casa da luogo intimo a spazio esposto.

Come possiamo dirlo?

Scegliere chi e quando far entrare in casa restituisce protezione e controllo.


Ormai è passato un anno, dovresti esserti ripresa/o.

Cosa nasconde questa frase?

Questa frase nasconde l’ansia e l’insofferenza del contesto esterno, verso chi porta il segno del lutto. Oltre un certo limite, la sofferenza diventa un disturbo da non mostrare. Fa sentire inadeguati o sbagliati, in colpa o falliti per non essere conformi alle aspettative sociali.

La realtà dei fatti

Il calendario del lutto non segue quello appeso al muro. Anniversari e passaggi stagionali riaprono domande; la cura ha bisogno di pazienza e del suo tempo.

Come possiamo dirlo?

Prenditi tutto il tempo necessario per imparare ad abitare la tua nuova vita.


Tornare subito al lavoro ti aiuterà a non pensarci.

Cosa nasconde questa frase?

Scambia la distrazione per guarigione, illudendo che riempire l’agenda cancelli la perdita. Chiede di tornare subito “funzionante”, ignorando lo shock. È il tentativo del contesto sociale di silenziare il dolore per non doverlo guardare in faccia.

La realtà dei fatti

Il corpo e il sistema nervoso hanno bisogno di tempo per registrare l’accaduto e trovare un nuovo assetto. Ripartire di corsa spesso congela la sofferenza, rimandando il crollo a più tardi. Riprendere le proprie attività ha senso se è una scelta graduale, non una fuga obbligata per dimostrare di aver superato l’evento.

Come possiamo dirlo?

Concedersi il tempo per comprendere cosa è andato in pezzi è il primo, fondamentale atto di cura di sé.


Noi offriamo la Memory Box: sappiamo come si fa ad accompagnare la famiglia in lutto.

Cosa nasconde questa frase?

Questa frase lascia trasparire l’idea che esista un protocollo capace di risolvere il lutto. Non è la presenza di una Memory Box a dimostrare quanto un’équipe sappia prendersi cura: la cura reale sta nella presenza competente, nel rispetto delle scelte di ciascuno e nella capacità di non imporre prassi standardizzate a persone sotto shock.

La realtà dei fatti

La Memory Box è una risorsa, non un dovere: c’è chi trova conforto negli oggetti e chi legittimamente non desidera nulla di materiale. L’opportunità di attraversare il lutto non passa da una scatola piena di cose, ma dalla libertà di dare valore a ciò che conta per noi, senza protocolli imposti.

Come possiamo dirlo?

Non esiste una strategia efficace per tutti: scegli tu cosa ti aiuta davvero.


Hai il diritto di essere accolta/o, capita/o e rispettata/o dal mondo intorno a te.

Cosa nasconde questa frase?

Fa sembrare la vicinanza una questione di regole e doveri da pretendere, come se gli altri fossero obbligati per legge a capirci. Finisce per dividere il mondo a metà: da una parte “noi” che soffriamo, dall’altra “loro” che sbagliano tutto e non capiscono niente. Invece di avvicinare le persone, questo atteggiamento crea rabbia e paura: chi ci sta intorno si sente sotto esame e, per timore di dire la cosa sbagliata, finisce per allontanarsi ancora di più.

La realtà dei fatti

Essere visti e accolti è un bisogno fondamentale di tutti noi, soprattutto quando stiamo male. Prendersi cura di chi soffre non nasce dall’obbligo o dal senso di colpa, ma dal nostro essere umani. Non possiamo costringere gli altri a capire con la forza o con il rimprovero: l’affetto e la vicinanza non si impongono, si coltivano.

Come possiamo dirlo?

L’ascolto e l’accoglienza sono bisogni umani: la cura reciproca fiorisce dove creiamo lo spazio per incontrarci nella vulnerabilità.


Ricordarlo in casa riapre solo la ferita.

Cosa nasconde questa frase?

Questa frase nasconde l’idea che nominare il bambino o dedicargli uno spazio prolunghi il dolore, mentre l’assenza di ciò permetterebbe di superarlo più rapidamente.

La realtà dei fatti

Ricorrenze e date entrano comunque nella vita domestica. Un posto vuoto a tavola, il calendario o un colore possono riattivare il ricordo anche se nessuno ne parla.

Come possiamo dirlo?

Ricordare in casa può dare uno spazio a un legame che esiste già.


Devi prenderti del tempo, devi fare solo quello che ti senti.

Cosa nasconde questa frase?

Dire a chi soffre cosa deve fare, persino quando l’intenzione è buona, carica la persona di una responsabilità in più. La fa sentire in difetto se non ci riesce, se non sa cosa prova o se quel tempo che “dovrebbe” prendersi non sa proprio come gestirlo.

La realtà dei fatti

Nel dolore non esistono doveri. C’è bisogno di togliere peso, non di aggiungerne. La vera vicinanza non dice come comportarsi: restituisce la libertà di fare tentativi, di non sapere cosa fare, di cambiare idea da un’ora all’altra senza doversi giustificare. La differenza la fa una sola parola: passare dal «devi» al «puoi».

Come possiamo dirlo?

Puoi prenderti tempo, puoi fare dei tentativi, puoi cambiare idea, puoi decidere passo dopo passo in base a come ti senti.


A ottobre si ricordano e si onorano i bambini mai nati.

Cosa nasconde questa frase?

Chiamarli “mai nati” è la scappatoia di una società che fatica a reggere il paradosso della morte all’inizio della vita. Poiché il mondo esterno non li ha visti, presi in braccio o incontrati, preferisce annullare la loro nascita, sminuendo il parto, il corpo della madre e l’esperienza stessa della genitorialità.

La realtà dei fatti

Ogni figlio nasce: esce dal grembo materno; fatta eccezione per le rarissime situazioni biologiche di riassorbimento. Ottobre è il mese dedicato al lutto e alla perdita perinatale: è il tempo in cui si nominano e si ricordano i bambini nati morti, i bambini morti durante il parto e quelli morti dopo la nascita. Hanno avuto un corpo, un travaglio, un tempo reale e una nascita compiuta.

Come possiamo dirlo?

Ottobre è il mese dedicato ai figli nati morti, morti durante il parto o dopo essere venuti al mondo, e ai loro genitori in lutto.


Grazie per essere stata/o con noi.

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