La negazione del lutto perinatale


Perché di lutto perinatale non si parla?

Moltissime volte mi sono sentita dire che la ragione risieda nella difficoltà per la società di pensare alla possibilità della morte di un figlio.

La società non riesce a immaginare che un figlio possa morire e, di fronte a quella morte, per difendersi dall’inconcepibile, dal dolore, dall’imbarazzo di non sapere come rimediare o cosa dire trovandosi di fronte a chi affronta tale perdita, semplicemente la nega.

Non è concepibile immaginare la morte di un figlio, poiché nell’odine delle cose, sono i genitori a morire prima dei propri figli.

Tuttavia, nelle mie ricerche sulla ragione della negazione di una morte inconcepibile, nonostante da sempre si verifichi e conti numeri altissimi, ho compreso essere proprio la morte in sé davvero impensabile nella nostra società moderna.

negazione del lutto

Vassily Kandinsky, Blu di cielo (1940)

Eppure…

La coscienza della morte traccia la linea di demarcazione tra l’uomo e le altre specie: la sapienza della mortalità è la condizione esistenziale del genere umano, l’orizzonte di senso, il limite entro il quale assume significato ogni gesto della vita. (¹)

Perchè allora abbiamo progressivamente negato la coscienza della morte?

Proviamo a formulare qualche ipotesi. Prima guerra mondiale: un’intera generazione di giovani morti al fronte, così tanti che si chiese alle mogli, madri e fidanzate di non vestire di nero, per non abbattere il morale delle nazioni belligeranti. (…) E poi venne la Seconda guerra mondiale, con i bombardamenti e le morti dei civili, per ogni dove, in numeri mai visti prima. La quotidianità dei bombardamenti rese ordinaria l’assoluta precarietà dell’esistere. E poi la Shoah, per la quale a lungo non ci furono parole possibili, neppure in Israele. E Hiroshima e Nagasaki. La Seconda guerra mondiale ha reso anonina la morte causata da vecchiaia o malattia. Dopo il conflitto, poi, il desiderio di riprendere a vivere, a ricostruire, a gioire è stato così intenso da costituire uno dei principali fattori dell’oblio e del diniego della morte nel secolo scorso. (¹)

Al desiderio di non pensare più agli orrori della guerra, si unisce il crescente sviluppo della medicina.

Nel ‘900, con la scoperta degli antibiotici, l’introduzione dei vaccini e un crescente perfezionamento della chirurgia, l’aspettativa di vita si è notevolmente allungata e la mortalità infantile quasi azzerata. Se da un lato esisteva il desiderio di non pensare più alla morte, dall’altro si andava delineando l’evidenza che la morte poteva essere sconfitta grazie alla medicina.

Così la medicina ha acquisito un ruolo centrale sull’aspirazione all’immortalità:

Non solo il medico si vive come onnipotente, ma intorno a lui c’è l’aspettativa che lo sia. Il medico, nell’immaginario dei più, può e (dunque) deve guarire. Se non lo fa è perchè è un incapace, o peggio, è negligente, in tal caso va punito. (¹)

La morte, trasferita dalle mani della religione a quelle della scienza, ha perso il suo antico significato.
Morire un tempo era un passaggio da una vita ad un’altra, era l’inizio di un viaggio verso la vita eterna. Morire un tempo conferiva senso all’esistenza, era il passaggio attraverso cui prendevano valore tutti i sacrifici e le sofferenze del periodo (più o meno lungo) trascorso sulla terra, oggi invece la morte è lungi dal conferire senso alla vita, a esserne completamento, è semmai ciò che la priva del suo significato.” (Sartre, L’essere e il nulla – 1942)

La morte si combatte, si deve vincere ad ogni costo, altrimenti si avrà fallito.

Il suo malato era relativamente giovane e aveva una malattia neurologica che richiedeva un’immensa attenzione e assistenza da parte del medico per prolungare la sua vita solo di poco tempo. La moglie del malato aveva una sclerosi multipla e da tre anni aveva tutti gli articoli paralizzati. Il malato sperava di morire durante il ricovero essendo inconcepibile per lui essere a casa in due persone entrambe paralizzate, che si guardano l’un l’altra senza potersi aiutare. Questa duplice tragedia emerse dall’inquietudine del medico e dai suoi vigorosi sforzi per salvare la vita dell’uomo in qualsiasi condizione. (…) Come medico aveva desiderato prolungarsi la vita e ora che ci era riuscito, non sentiva altro che un senso di critica (reale o no) e di rabbia da parte del paziente. (…) Questo esempio dimostra nel modo migliore la situazione in cui si trovano molti giovani medici, che imparano a prolungare la vita. (²)

Alla morte non si pensa, non si parla, non si nomina.

Il verbo morire è sostituito da mille perifrasi come se fosse una sconcezza, e questo persino negli annunci mortuari, dove gli italiani “mancano all’affetto dei loro cari” o “chiudono gli occhi per sempre”, “si spengono” o “lasciano questa valle di lacrime”, ma non muoiono mai. (³)

Con la crisi della fede e l’affermarsi della scienza medica la morte si è ridotta ad una mera trasformazione biologica.

La morte è il cadavere.

Quello che costituisce la maggior parte della nostra cultura è l’atteggiamento nei confronti della morte che non coincide né con la concezione della morte come passaggio, né con la concezione della morte come trasformazione della materia, ma che intende la morte come un annullamento della persona. Un annullamento di ciò che è unico e irripetibile: questa vita unica, mia, con questa faccia, con questa biografia, viene annullata dalla morte. E siccome io penso che questo sia tutto, ne deriva un certo nichilismo e una certa angoscia della morte. La conseguenza fondamentale di questo è la caratteristica dominante dell’educazione alla morte propria della nostra epoca, che logicamente cerca di rispondere all’angoscia del nulla. E alla domanda: “Ma che fine facciamo?” Risponde con l’adagio del filosofo Spinoza che dice: “Il saggio non pensa alla morte, pensa alla vita”. Cioè, non ci pensare, tanto su quello non c’è niente da fare.” (⁴)

La nostra società dunque, non ha grandi difficoltà nel considerare la morte di un figlio, ma proprio rifiuta l’idea della morte nella sua interezza.

La morte perinatale si presta particolarmente ad essere negata ed ignorata per una sua caratteristica peculiare: si tratta della morte di qualcuno che la società considera nemmeno nato.


Curiosità sull’immagine:

Nel 1933 Kandinskj è costretto a trasferirsi dalla Germania alla Francia, a causa dell’avvento del nazismo, dove morirà nel 1944.

Nel dipinto il soggetto è il blu, il colore prediletto dell’artista:

Quanto più il blu è profondo, tanto richiama l’uomo verso l’infinito, suscita in lui nostalgia della purezza.

Nel blu volteggiano piccoli elementi ludici simili a microrganismi visti con il microscopio. In quest’ultima fase parigina è come se il suo sguardo, una volta giunto alla sostanza delle cose, decidesse di rivolgersi all’infinito, sintomo di un richiamo all’eterno alternarsi della vita e della morte.

Fonti: Blogo; Wikipedia.


Bibliografia:

(¹) Marina Sozzi, Sia fatta la mia volontà (Chiarelettere 2014)

(²) Elisabeth Kubler-Ross, La morte e il morire (Cittadella 2005)

(³) Nota introduttiva di Daniela Muggia (tanatologa) dell’edizione italiana a Guarire il lutto perinatale con la psicosintesi (Chantal Haussaire-Niquet – Edizioni Amrita 2010)

(⁴) Francesco Campione: Vite speciali (YouTube)


Informazioni su Erika Zerbini

Erika Zerbini, nata a Genova il 28 febbraio 1976, mamma e moglie, autrice di: Nato vivo (PM edizioni 2016) Professione MAMMA (Eidon Edizioni 2015) Questione di biglie (Eidon Edizioni 2012) del blog: professionemamma.net

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