Il senso (dopo il lutto perinatale)


Il senso (dopo il lutto perinatale)

– Ho sentito dire che dalla morte di un figlio non ci si riprende più, vero?

– Mh… non so se sono la persona più indicata per rispondere alla tua domanda…

– Oh… scusa, mi sembrava di aver capito che fossero morte due delle tue figlie…

– Sì, però la loro morte non è considerata proprio come una vera morte. Sai, io non ho due visi che sbiadiscono nella memoria, due paia di mani che hanno stretto le mie, due profumi che non ritroverò più, due sorrisi da ripescare nei momenti duri. Io non ho abiti da dare via o fotografie da mostrare… non ho nulla di ciò che ci si figura quando si pensa cosa possa essere la morte di un figlio per un genitore. Difficile spiegare quale dolore sia non avere nulla ed essere costretti a dire addio a due figlie con cui ho condiviso un pezzo di vita. In ogni caso, hai ragione: c’è chi racconta di non essersi ripreso più dalla morte di suo figlio.

– E tu?

– Io… è stato difficile. Per un po’ di tempo non ho proprio avuto idea di come fare per riprendermi. Ho pensato che sarei impazzita di dolore. Però poi è accaduto qualcosa…

– Mh… forse è dipeso dal fatto che le tue morti non sono state proprio come delle “vere morti”?

– È accaduto anche per la morte di mia madre.

– Ah. Tua madre è morta? Mi dispiace…

– Sì, è morta. Vent’anni fa. Ogni volta devo fare così: devo raccontare della morte di mia madre per essere presa sul serio. ‘Morte mamma’ vince su ‘morte figlie durante la gravidanza’. ‘Morte mamma’ è più vera di ‘morte figlie’. Perché anche il morire è una competizione…

– Una competizione?

– Eh già… Quante volte accade di raccontare del proprio lutto e finire con l’ascoltare del lutto ben più grave dell’interlocutore? «È morto mio nonno, sono distrutta…» «Va beh, il nonno… sarà stato vecchio. A me invece è morto mio padre.» «A me è morta mia moglie, capite? Mia moglie!» «Nah va beh, io vi batto tutti: a me è morto mio figlio.» «Scommetto che invece vi batto io: mio figlio aveva solo due anni. Due anni!»

– Ma vah!

– Non sai quante volte mi sia capitato! È il sintomo di una solitudine enorme…

– Solitudine?

– Sì, la chiamerei così. Nessuno trova veramente ascolto verso il proprio lutto e alla prima occasione di buttare fuori qualcosa, si rompono gli argini, senza riuscire a dare ascolto al lutto altrui. Così continuiamo a non trovare ascolto perché non diamo ascolto, fagocitati dal bisogno di dire di noi, che stiamo sempre peggio degli altri… Perché il nostro dolore è palese a noi stessi, talmente tanto da non avere spazio per reggere nemmeno un poco quello altrui. Alla fine restiamo tutti soli col nostro dolore.

– Però, in effetti, la morte di un figlio è peggio…

– Peggio. Vedi, dire che sia peggio è dare per scontato che si possa realizzare una graduatoria. Non si può e non si dovrebbe. Ognuno vive il suo peggio durante il lutto. Perché il lutto è un momento della vita in cui si smarrisce il senso. Si perde con la morte di chi amiamo: che sia un nonno, un genitore, un figlio…

– Ma il figlio… se poi è un figlio già grande!

– Eh. Perché, se invece è piccolo? No, non è questo il punto. Il figlio destabilizza enormemente perché non ci siamo più abituati.

– Abituati?

– Eh già. Basterebbe andare indietro di un secolo e le cose sarebbero raccontate in modo molto diverso: allora la metà dei figli moriva entro i 5 anni. Pensi che i genitori non soffrissero? Soffrivano. Ma era consueto e forse riuscivano a soffrire insieme… anche in silenzio, ché non c’era bisogno di dire ciò che già tutti sapevano. Oggi invece si afferma l’esatto opposto: «È innaturale che un figlio muoia prima di un genitore.» Senti come suona? Innaturale. Sei già sulla strada giusta per non poterti riprendere. Come ti riprendi dall’innaturalità?

– Ma è innaturale! I genitori diventano vecchi e muoiono. I figli seppelliscono i genitori. Non il contrario!

– Mia madre è morta giovane.

– Come?

– 43 anni. Ne aveva 43, vorrai mica dire che fosse vecchia! Come se io morissi ora. Proprio adesso. Scommetto che sareste tutti sconvolti per l’ingiustizia subita dai miei figli: «Eh… una mamma così giovane, non doveva morire! Aveva ancora tutta la vita davanti!»

– …

– Si compie un errore di semantica.

– Semantica?

– Già. Morire giovani o dopo i figli, non è innaturale: nella vita si muore e quando si muore si muore, punto. Morire giovani o dopo i figli è statisticamente meno frequente. Questo è il punto. Non ci siamo abituati. E rifiutiamo l’idea, perché dovremmo continuamente ammettere che non sappiamo quanta vita abbiamo davanti. Dura eh?

– In effetti… allora è per questo che non ci si riprende dalla morte di un figlio?

– No, non solo. Dipende anche dal senso.

– Cioè?

– Nella nostra società il senso dei genitori sono i figli. I figli sono l’obiettivo per cui studi, trovi un lavoro, compri casa, ti innamori, ti fidanzi e ti sposi. Per i figli. Per loro ti sacrifichi, ti migliori, trovi anche più energie di quante ne avresti, sopporti, rinunci. Per i figli ti giochi tutto. Loro sono il senso. Se muoiono? Se muoiono hai fallito. Fine del senso. E senza senso che vita puoi condurre?

– Allora i figli non devono essere il senso?

– Ecco, in verità io non posso che parlare per me e posso dire che proprio su questa considerazione si è giocata la mia partita di ripresa o meno dal lutto.

– Quindi?

– Quindi ho capito che il mio senso non potevano essere i figli.

– Ah no?

– No.

– E perché?

– Perché ne avevo due vivi e due morti e avrei dovuto decidere chi valesse di più: se fossero valsi di più i vivi, avrei vissuto per loro, caricandoli di una responsabilità enorme; se fossero valsi di più i morti, sarei morta per loro, lasciando orfani gli altri. I miei figli valgono tutti in egual misura: vivi o morti non importa. Così ho dovuto cercare un altro senso.

– E lo hai trovato?

– Sì, l’ho trovato. Il senso sono io.

– Tu?

– Io. Esattamente io. Vivo per me, perché ho scelto di continuare a stare qui e farlo secondo ciò che mi fa stare bene.

– Ma i figli?

– I figli ne giovano. Loro non sono responsabili per me e non mi devono niente. I figli sono stati una mia scelta, ma la loro vita è loro, non mia. Io li amo. Punto.

– …

– Li amo immensamente. Tutti. I vivi e i morti. Amarli mi fa vivere bene. Molto bene.

senso

La madre morta e la bambina (1897-1899)


Informazioni su Erika Zerbini

Erika Zerbini, nata a Genova il 28 febbraio 1976, mamma, autrice e facilitatrice di "Funamboli", Gruppo AMA dedicato ai genitori in lutto perinatale, presso "E.O. Ospedali Galliera" (GE). Pubblicazioni: Questione di biglie (Eidon Edizioni), Professione MAMMA (Eidon Edizioni), Nato vivo (YCP), Insieme, l'albo illustrato sul lutto perinatale (YCP), Sembrava una promessa - Racconto (YCP), Chiamami Mamma (YCP). Fondatrice del blog Professionemamma.net

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