Aborto spontaneo: nessuno ne parla, perché?


Perché nessuno parla di aborto spontaneo?

Se lo domanda Janet Murray, giornalista esperta in pubbliche relazioni, nel video pubblicato da The Guardian.

Ho avuto un aborto spontaneo.

Perché non possiamo parlare della perdita di un figlio?

Il mio secondo aborto spontaneo è avvenuto in seguito a un raro caso di gravidanza extrauterina che mi ha resa sterile.

In entrambi i casi in cui ho perso il mio bambino ho dovuto subire un intervento chirurgico in anestesia totale.

Per settimane ho dovuto lavorare e prendermi cura di mio figlio con un feto morto nel ventre. In una situazione così difficile la mia principale preoccupazione era non essere di peso per gli altri. Non ho voluto parlarne né con un professionista né con gli amici. Molte amiche erano incinte o stavano cercando di avere un figlio.

Una gravidanza su cinque non viene portata a termine e una donna su quattro vive questa esperienza.

Ma allora perché è così difficile parlarne?

E’ inquietante il modo in cui la gente si aspetta che le donne debbano affrontare un aborto spontaneo.

I medici consigliano ai genitori di non annunciare la gravidanza per le prime 12 settimane, neanche agli amici o ai parenti più stretti.

Il messaggio è chiaro: se il bambino muore dovete soffrire in silenzio. Non farlo sarebbe da egoista.

Ma se non avete detto a nessuno di essere incinte, come fate a dire che avete perso un bambino?

La cultura del silenzio che circonda l’aborto spontaneo fa pensare che perdere un figlio sia qualcosa di cui vergognarsi, come se fosse colpa della madre.

Le ore che avreste potuto impiegare parlando del vostro dolore le passate cercando una spiegazione.

Forse è colpa di quello che ho mangiato. Forse avrei dovuto fare più attività fisica, o meno. Forse è una punizione per avere detto o fatto qualcosa di male. Forse non avrò mai un bambino. La lista è infinita.

Il problema è endemico.

Dopo un aborto spontaneo, una donna su cinque presenta livelli di ansia paragonabili a quelli delle persone con disturbi psichiatrici.

Questa situazione non cambierà a meno che non ripensiamo radicalmente il modo in cui affrontiamo l’aborto spontaneo.

Non dobbiamo vergognarci di parlarne.

Prima lo capiremo e meglio sarà.

Condivido la riflessione di Janet Murray: prima capiremo che non abbiamo nulla di cui vergognarci nel perdere un figlio durante la gravidanza, e meglio sarà!

Penso che la cultura del silenzio, oltre al senso di colpa per non essere state in grado di generare la vita, passi altri diversi potenti messaggi: un figlio è tale solo se nasce vivo e non c’è motivo di soffrire per qualcuno che non è nemmeno un figlio.

La cultura del silenzio intorno all’aborto vige per la paura di accettare l’ineluttabile: non abbiamo alcun controllo sulla sorte dei nostri figli, né noi, né la medicina.

La necessità di uscire dal silenzio è utile affinché le donne possano esprimere il loro dolore, tentando di non rimanere invischiate in una sequela di sensi di colpa infondati. E’ estremamente utile anche agli uomini, i padri di quei bambini e i mariti o compagni delle donne sofferenti. Anche loro sono chiamati a fare i conti con il dolore della perdita.

Piuttosto che restringere il quesito al solo aborto spontaneo, io mi domando perché non si parli di maternità interrotta. Qualunque sia la ragione di un aborto o l’epoca gestazionale in cui un figlio viene meno, può provocare un grande dolore che necessita di essere espresso.

In verità credo che il vero cambiamento culturale possa avvenire liberandoci dalla vergogna di soffrire e aprendoci all’accoglienza della sofferenza altrui, senza giudizio.

 


Informazioni su Erika Zerbini

Erika Zerbini, nata a Genova il 28 febbraio 1976, mamma e moglie, autrice di: Nato vivo (PM edizioni 2016) Professione MAMMA (Eidon Edizioni 2015) Questione di biglie (Eidon Edizioni 2012) del blog: professionemamma.net

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